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La storia della National Hockey League - Parte II
8.11.2006 - - - > Sport
Il Canada si dimostrò ben presto la nazione hockeystica per eccellenza, annichilendo le squadre avversarie nel primo campionato del mondo organizzato all'interno dei Giochi Olimpici estivi del 1920.
La crescita salariale dei giocatori fu la prova che questo sport attraeva gli investitori; tra le leghe Canadesi la National Hockey League (NHL) era senza dubbio la più ricca nel mercato e la più forte sul ghiaccio. L'espansione verso gli Stati Uniti non tardò ad arrivare. Nel 1924 si presentarono i Boston Bruins, che sconfissero i Montreal Maroons nel primo match di NHL giocato negli Stati Uniti, e la parentesi invernale delle Olimpiadi confermò con l'oro la classe inarrivabile del Canada.
Nel 1925 fu la volta dei New York Americans e dei Pittsburgh Pirates. Curioso il fatto che i New York Americans non fossero poi tanto "americans". La squadra era composta da tutti gli ex giocatori degli Hamilton Tigers nell'Ontario. Si erano rifiutati di giocare per non essere riusciti ad ottenere un compenso economico nelle partite play-off del 1925. La NHL li sospese e la dirigenza trapiantò la squadra a New York.
Nel 1926, grazie soprattutto alla chiusura della Pacific Coast Hockey Association (PCHA) e all'esodo dei suoi giocatori, sbocciarono nuovi team in NHL: i New York Rangers, i Detroit Cougars (poi Red Wings) e i Chicago Blackhawks.
Sebbene alla fine della stagione del 1931 la NHL contasse dieci squadre, i tempi duri della Grande Depressione colpirono inevitabilmente anche l'hockey professionistico. Dopo aver battuto i Toronto Maple Leafs, nella prima partita trasmessa via radio da costa a costa, i New York Americans fallirono e così anche i Pittsburgh Pirates. I Senators di Ottawa si salvarono, ma dovettero lasciare il Canada con destinazione St. Louis, Missouri. Un ulteriore smacco per il Canada fu la sconfitta alle Olimpiadi Invernali del 1934 per mano Britannica.
Certo non aiutò la Seconda Guerra Mondiale, dal momento che nel 1942 la NHL ridusse a sei le squadre, tuttora iscritte in NHL, note nel panorama hockeystico come le "Original Six": Montreal Canadiens, Toronto Maple Leafs, Detroit Red Wings, Boston Bruins, New York Rangers e Chicago Blackhawks.
Oltre al racconto cronologico degli eventi merita un po' di attenzione anche la realtà di gioco di quei tempi. Se oggi l'hockey su ghiaccio è conosciuto come uno degli sport più duri (e se vogliamo pericolosi) a quei tempi lo era maggiormente. I giocatori scendevano sul ghiaccio con un equipaggiamento protettivo ridotto ai minimi termini, pattini che si differenziavano dalle scarpe usuali solo per aver una lama attaccata alla suola, stecche da gioco fatte con rami appositamente intagliati. I primi portieri usavano i gambali protettivi del cricket e non era raro infilare sotto i calzettoni giornali o riviste ripiegati. Non esistevano guantoni, niente caschi, niente spalliere. Per essere chiari dopo una partita era raro uscire interi.
Col secondo dopoguerra le cose in NHL andarono meglio, finanziariamente la lega stava bene e di pari passo il gioco migliorò nella tecnica. Nel 1952 ci fu la prima "Hockey Night", ovvero la prima partita televisiva trasmessa in tutto il Canada.
Gli anni cinquanta non portarono tanto bene a due leggende dell'hockey.
Jaques Plante, portiere, durante una partita al Madison Square Garden, prese un disco in pieno volto. Dopo aver rischiato di morire optò per una maschera protettiva, ma il suo allenatore Toe Blake lo costrinse a toglierla. Plante obbedì ma, tenendo forse più alla sua vita che all'hockey, la primavera successiva difese la porta nuovamente "mascherato". In molti seguirono l'esempio di Plante.
Maurice "Rocket" Richard, invece, rifilò un pugno ad uno degli arbitri che si era a suo dire immischiato nel bel mezzo di una rissa. Fu sospeso per il resto della stagione anche dagli eventuali play-off.
Nel 1956 partecipò alle Olimpiadi Invernali una nuova scuola di hockey che mai si era scontrata con la tecnica nord americana, una scuola che al primo tentativo avrebbe conquistò l'oro: la scuola sovietica.
L'hockey si giocava in gran parte d'Europa, ad ottimi livelli in Scandinavia ed Unione Sovietica, ma nessun europeo o sovietico giocava in Canada, né tanto meno negli Stati Uniti. E perché ciò accadesse sarebbe passato ancora un po' di tempo.
Non passò molto, invece, per i giocatori di colore, che videro Willie O'Ree debuttare nel 1958 tra le fila dei Boston Bruins. Nel 1965 i New York Rangers ingaggiarono Ulf Sterner, primo giocatore svedese nella storia della NHL. La lega avvertì la necessità di un espansione nel 1967 accogliendo Philadelphia Flyers, St. Louis Blues, Minnesota North Stars, Los Angeles Kings, Oakland Seals e i Pittsburgh Penguins. Tre anni più tardi si aggiunsero i Vancouver Canucks e i Buffalo Sabres.
Gli anni settanta segnarono una svolta epocale nell'abbigliamento di gioco, poiché Andy Brown (che si ritirò nel 1973) fu l'ultimo superstite della dinastia dei portieri senza maschera ed i giocatori si stavano abituando sempre più ad indossare gli elmetti.
Ben più seria fu invece la questione legata alla nascita di una nuova lega concorrente alla NHL. Era la World Hockey Association (WHA). Pur non potendo competere per la Stanley Cup, la WHA proponeva senza dubbio un hockey di alto livello. Le squadre provenivano tutte o quasi dal Canada e molti giocatori dalla NHL. Quest'ultima rispose alla minaccia proponendo un ulteriore espansione, piazzando una seconda squadra a New York, gli Islanders, gli Atlanta Flames, i Kansas City Scouts ed i Washington Capitals.
In quegli anni vennero giocate le "Summit Series", un torneo nel quale si sfidarono i migliori giocatori canadesi contro i migliori dell'Unione Sovietica. Tra in canadesi non venne invitato chi aveva lasciato la NHL per la WHA. Bobby Hull, ad esempio, fu il primo giocatore d'hockey milionario passato dai Chicago Blackhawks ai Jets di Winnipeg con un contratto decennale da 2,75 milioni di dollari.
Nonostante l'espansione in NHL, il giocò si impoverì tecnicamente da entrambe le parti. Il 1979 vide però scomparire la WHA dal panorama hockeystico nordamericano, consegnando alla NHL le sue squadre simbolo: gli Hartford Whalers, i Québec Nordiques, gli Edmonton Oilers ed i Winnipeg Jets.
Il 1980 è l'anno degli Stati Uniti, l'anno del "Miracle on ice". Alle Olimpiadi Invernali la squadra americana, composta da giocatori del college, si trovò di fronte in semifinale la temutissima Unione Sovietica, squadra composta interamente da professionisti. Inutile dire che in palio c'era molto più che una partita d'hockey. Tutta una nazione salutò da eroe, Mike Eruzione, un ragazzo figlio di emigrati italiani che mise alle spalle del portiere sovietico il disco della vittoria, trascinando gli Stati Uniti verso l'oro.
Gli anni passarono e molte barriere erano destinate a cadere. Nel 1989 grazie ai Calgary Flames scese sul ghiaccio Sergei Priakin, il primo giocatore sovietico della NHL. Da quella data in poi l'invasione fu totale, e fu una invasione di spessore tecnico enorme. Da lega esclusivamente canadese, la NHL divenne, negli anni a venire, un melting pot di razze, stili e lingue diverse. Il campionato professionistico d'hockey più importante al mondo ebbe dall'apertura europea un continuo fluire di campioni. Nel 1995 il ceco Jaromir Jagr fu il primo europeo a vincere la classifica marcatori.
Insieme a Jagr vale la pena citare anche il suo compatriota Dominick "Dominator" Hasek, forse il portiere più forte di tutti i tempi, gli svedesi Peter Forsberg e Niklas Lidstrom, i finlandesi Jari Kurri, "Finish Flash" Teemu Selanne e Saku Koivu, i russi Sergei Fedorov e Pavel Bure.
Ormai il rude original-style nordamericano si era fuso con la precisione e la potenza fisica della scuola sovietica e cecoslovacca ed aveva aggiunto la classe e la fluidità della pattinata scandinava.
Dalle linee d'attacco, ai terzini fino ai portieri, le squadre NHL esprimono oggi quanto di meglio al mondo esiste in fatto di hockey sul ghiaccio. Canada, USA, Svezia, Finlandia, Russia, Repubblica Ceca, Slovacchia ad ogni edizione olimpica si presentano con il roster interamente proveniente dalla NHL.
Nel 2002 a Salt Lake City fu il fortissimo Canada a vincere l'oro olimpico mentre nel 2006 a Torino è stato il turno della Svezia.
Come appare evidente, l'hockey sul ghiaccio è un patrimonio del mondo, ma, senza la National Hockey League, il clamore, gli sponsor, le televisioni non si sarebbero mai mossi per questo sport. Basti pensare che in Italia non si gioca hockey professionistico al di sotto di Milano, mentre in Nord America le arene ghiacciate sono sempre piene da Montreal fino all'Arizona o Texas.
La crescita finanziaria dei club ha dimostrato che negli Stati Uniti l'hockey attrae gli spettatori, in alcuni casi più del sacro football, baseball o basket; Detroit ne è un esempio.
Nel caso abbiate la fortuna di trovarvi in Canada o negli USA per un po' non rinunciate a vedere un match di hockey; mettetevi comodi dietro (e sottolineo dietro) le balaustre e godetevi lo spettacolo!
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Written by Hitman at 22:38:54 Commenti [0]


















