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Tiziano Terzani: un antiamericano che amava New York

Tiziano Terzani è stato un giornalista italiano, per anni vissuto negli States e in Cina, che ha visto in prima linea, in giro per il mondo, i principali eventi dello scorso secolo che hanno cambiato la storia: dal declino dell'Unione Sovietica, alla caduta di Saigon, fino ad arrivare all'ammodernamento, economico e culturale - per lui negativo - della grande Cina. Con i suoi scritti ha sempre lasciato trasparire, in maniera neanche troppo velata, un certo antiamericanismo alquanto spinto, che lo ha portato a contrapporsi categoricamente al colonialismo e al potere del corrotto occidente. I suoi libri, un po' come la sua vita, si sono conclusi con la stesura di “un altro giro di giostra”: ormai malato di cancro e consapevole che nessuna cura avrebbe potuto salvarlo dall'inevitabile fine che lo stava attendendo, men che mai le poco scientifiche pratiche orientali, da lui spesso elogiate, parte per New York, nell'inutile tentativo di trovare un ultimo e vacuo lume di speranza nella moderna scienza medica. Il viaggio fisico alla ricerca della salvezza si trasformerà presto in una riflessione interiore davvero emozionante.

«Avevo l'impressione che a goderci la bellezza di Manhattan eravamo davvero in pochi... Nella doppia luce di quell'ora la città stessa sembrava meditabonda, raccolta su di sé, concentrata sul suo essere, prima di diventare il campo di battaglia delle infinite guerre che ogni giorno si celebrano sulle scrivanie e nei letti dei suoi palazzi, ai tavoli dei suoi ristoranti, per le strade e nei suoi parchi: guerre di sopravvivenza, di potere, di avidità. New York mi piaceva moltissimo. Adoravo, quando ero in forze, attraversarla in lungo e in largo, a piedi, a volte per ore di seguito. Ma mi era anche impossibile in certi momenti non sentire il carico di lavoro, di dolore e sofferenza che ogni suo grattacielo rappresentava. Guardavo il Palazzo delle Nazioni Unite e pensavo a quante parole e quante menzogne, a quanto sperma e quante lacrime venivano versate nell'inutile tentativo di gestire una umanità che non può essere gestita, perché il solo principio che la domina è quello dell'ingordigia e perché ogni individuo, ogni famiglia, ogni villaggio o nazione pensa solo al suo e mai al nostro.»

Tiziano Terzani, un altro giro di giostra

[Foto from Ibs]

Posted by Mark at 1:28:29 Commenti [0]

I segreti di New York

Storie, luoghi e personaggi di una metropoli.

Il libro, pur avendo ormai qualche anno, rientra a pieno diritto in quelle letture, attuali, che fa sempre piacere rispolverare. Corrado Augias, noto giornalista e saggista italiano - per molto tempo vissuto a New York - spoglia completamente la città, mettendone sotto i riflettori gli aspetti che la contraddistinguono e la rendono unica. Attraverso un viaggio intrigante i lettori sono guidati tra le curiosità poco note, i quartieri, le strade e gli scintillanti grattacieli che, grazie alle capacità narrative dello scrittore, assumono una fisionomia insolita e anticonvenzionale. Nei quindici capitoli, Augias, riporta anche le storie e le curiosità dei tanti personaggi famosi, nati dall'ombra e divenuti potenti, un po' come lo stesso mito americano ci suggerisce. Non manca, poi, l'arte, la musica e la conoscenza di quello che, a pieno diritto, può essere definito il più grande palcoscenico multiculturale del mondo. Una città cosmopolita, insomma, che costruisce, distrugge e poi riassembla e che mai rimane statica e immobile, come i solitari e pacifici Stati del Sud. Tutto comincia il 21 Maggio 1885, quando la nave USS Flore lascia la Normandia per raggiungere gli Stati Uniti. Nella sua stiva ci sono trecento casse; tutte piene di pezzi che poi, assemblati a dovere, daranno vita al simbolo americano per eccellenza: la Statua della Libertà. Il mito della Grande Mela non era che all'inizio...

[Foto from webster]

Posted by Mark at 21:10:55 Commenti [2]

Bill Bryson e l'America degli anni Cinquanta

Ho letto diversi libri sugli Stati Uniti negli ultimi mesi, ma non ho avuto modo di commentare le mie letture né qui né sul forum. Cercherò di rimediare partendo da due libri che ritengo veramente imperdibili per chi, come noi, è interessato a conoscere gli USA in tutti i loro aspetti.

I libri in questiono sono "America perduta - In viaggio attraverso gli Usa" (The Lost Continent) e "Vestivamo da Superman" (The Life and Times of the Thunderbolt Kid), entrambi di Bill Bryson. Benché pubblicati a 17 anni di distanza (il primo è del 1990, mentre il secondo del 2007), a causa della consequenzialità degli argomenti trattati, consiglio di leggerli uno dopo l'altro, come è capitato di fare a me.

Prima, però, qualche dato biografico: William McGuire, noto come Bill Bryson è un giornalista/scrittore nato nel 1951 a Des Moines, Iowa. Innamoratosi dell'Europa durante un viaggio fatto in gioventù, vi si trasferì poi in maniera definitiva nel 1977, nello specifico in Inghilterra, mettendo su casa con una donna conosciuta lì. Bryson rimase in Inghilterra per quasi 20 anni prima di rientrare negli Stati Uniti e di trovarli completamente diversi dalla terra che ricordava tutto sommato con affetto. I due libri partono proprio da questo punto...

America Perduta - In viaggio attraverso gli Usa America perduta è la storia di una interminabile traversata - 22.475 chilometri, 38 stati - degli Stati Uniti fatta dall'autore a bordo della vecchia Chevrolet della madre. Dopo anni di vita in Europa, Bryson si mette alla guida allo scopo di ritrovare i luoghi della sua infanzia e di riviverne le emozioni. Viaggia per strade secondarie e piccole cittadine di provincia, raccontando aneddoti dolci, amari, sarcastici, quasi sempre esilaranti. Non lesina le stoccate alla sua madrepatria, ma le critiche all'America e a quello che è diventata, alle manie e alle ossessioni degli americani, hanno un sapore ben diverso in bocca a qualcuno che parla con cognizione di causa. Per gran parte del libro ci si chiede cosa abbia spinto l'autore a ritornare a casa, quando sembra evidente che sono poche le cose che apprezza del suo Paese. Solo nell'ultimissima pagina, infine, diventa chiaro quanta nostalgia l'autore provi per l'America degli anni Cinquanta, quella della sua fanciullezza, quella che non esiste più...

Vestivamo da Superman Vestivamo da Superman è il racconto di quell'America magica, vista dagli occhi di un bambino, il Bryson degli anni Cinquanta, Thunderbolt Kid. Non manca il sarcasmo neanche in questo libro, ma è meno amaro del precedente, proprio perchè presenta ricordi di un passato in cui l'autore è stato felice. Un'infanzia comune la sua, fatta di giochi semplici all'aria aperta, scorribande con gli amici, viaggi con il papà, sport, tutte cose che non sembrano più concesse ai bambini di oggi. Attraverso i suoi occhi vediamo tutti i cambiamenti che l'America ha visto in quegli anni, l'ottimismo e la spensieratezza - talvolta l'ingenuità - con cui sono stati vissuti in un Paese in cui nessuna idea era troppo folle per non meritare un chance. Si parla di tutto in questo libro: delle cittadine di provincia, del dopoguerra, dell'ossessione per il comunismo e la bomba atomica, della leggerezza degli esperimenti nucleari di quegli anni, di MacCarthy, dei fumetti, di Disneyland, del cinema, dei centri commerciali e dei cibi precotti.

E' così che va il mondo, naturalmente. Le cose vengono gettate via. La vita prosegue. Ma spesso penso che sia un peccato non aver tenuto le cose che ci rendevano diversi e speciali e attraenti negli anni Cinquanta. [...] Che bel mondo sarebbe. Che bel mondo era. Non rivedremo mai più nulla di simile, temo.

Alla luce di questo secondo libro diventa ancor più evidente qual è l'America perduta inseguita nell'altro testo. Cosa resta di quel mondo? Quanto è rimasto del Sogno Americano (che nell'immaginario collettivo corrisponde, probabilmente, proprio all'America degli anni Cinquanta)? Se emigrassimo in America, parleremmo dell'Italia nello stesso modo brontolone in cui Bryson parla del suo Paese? O forse lo facciamo già?

Sono molti gli interrogativi aperti da questi due testi, il cui pregio principale è che Bryson non ride degli americani, ma ride con gli americani. Essendo uno di loro può permettersi di dire quello che dice, spiegandoci il perchè di tante piccole cose che fanno degli USA il Paese che tanto amiamo.

L'unica pecca, se mi permettete, è l'adattamento in italiano, che ho trovato abbastanza approssimativo nel primo volume. Ma a parte questo sono due letture che mi sento di consigliare personalmente a tutti i visitatori di questo sito e che candido come letture di gruppo, qualora si volesse ripetere l'esperimento del Book Club nel forum.

Posted by Lady Blackice at 15:05:22 Commenti [1]

Fernanda Pivano e la letteratura americana in Italia

Gli italiani hanno sempre avuto un rapporto speciale e spesso contraddittorio con gli Stati Uniti. Si amano o si odiano, in qualche caso si passa da un estremo all'altro, ma difficilmente si resta indifferenti nei confronti di questa Nazione. So per esperienza personale che non è semplice scegliere di raccontare - in qualsiasi modo e a qualsiasi livello - l'America agli italiani, perché la maggior parte non ti darà ascolto, non ti capirà, ti deriderà. Eppure quando scopri questo mondo che esiste dall'altra parte dell'Oceano non puoi farne a meno, non puoi evitare di cercare di condividere con quante più persone possibili la gioia di aver scoperto l'America...

Fernanda PivanoSe n'è andata Fernanda Pivano due giorni fa, all'età di 92 anni, gran parte dei quali spesi per una causa a cui da queste parti teniamo molto: l'America. O meglio, la letteratura americana, spesso sottovalutata, sbeffeggiata e mai compresa fino in fondo. E' certo che non avremmo conosciuto molti capolavori che la contraddistinguono senza questa donna incredibile.

Allieva di Cesare Pavese, s'imbatté giovanissima nella letteratura d'oltreoceano grazie all'"Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters, e non se ne separò più. A lei dobbiamo la traduzione di molte opere di Ernest Hemingway - nel 1943 fu addirittura arrestata per aver tradotto "Addio alle armi", bandito dalla censura - Francis Scott Fitzgerald, Dorothy Parker e William Faulkner. Durante il suo primo viaggio negli States, nel 1956, incrociò la sua strada con quella della Beat Generation - Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, William Burroughs, Jack Kerouac - movimento dirompente di cui cercò di raccontare le gesta in un Italia troppo bigotta per afferrarne il senso, almeno per una trentina d'anni. Sua è la prefazione all'immortale "On The Road" di Kerouac. Divenne amica di questi scrittori e ne condivise i sogni e gli ideali, pur conducendo una vita diametralmente opposta alla loro. Più recentemente ha portato in Italia Charles Bukowski, Breat Easton Ellis e Jay McInerney.

L'etichetta di traduttrice non è in grado di definire il lavoro della Pivano, la cui sensibilità le permise comprendere l'importanza di questi artisti con decenni di anticipo rispetto al mondo accademico. Non si limitò alla letteratura, fra l'altro: ebbe il piacere di conoscere anche Bob Dylan e altri cantautori.

Se le vogliamo rendere omaggio possiamo leggere "I mostri degli anni Venti" (1976), l'intervista a Charles Bukowski "Quello che mi importa è grattarmi sotto le ascelle", la biografia di Hemingway e i "Diari" (1917-1973).

Come ha scritto il giornalista Walter Pedullà, "le dobbiamo molte delle cose che sappiamo sugli americani".

Oggi guardiamo spesso con diffidenza, se non snobismo, alle traduzioni e agli adattamenti in generale. Ma dobbiamo renderci conto che in un tempo in cui si poteva leggere solo quello che veniva pubblicato ufficialmente, in un tempo in cui l'inglese non era alla portata di tutti, è solo grazie all'impegno e alla lungimiranza di persone come lei la voce di personaggi così fuori dal coro rispetto al panorama del vecchio continente sono giunti a noi.

Grazie Fernanda!

[ Foto from www.fernandapivano.it ]

Posted by Lady Blackice at 10:11:54 Commenti [1]

Good Morning America

Good Morning America è il titolo del nuovo libro di Gerardo Greco, un giornalista italiano giunto negli States dopo le stragi del 2001. Oltre a svolgere il suo lavoro di corrispondente per la RAI, ha seguito, per diletto, le orme di un altro Gerardo Greco, un vecchio parente 23enne che, cento anni prima, partì alla volta degli Stati Uniti con una grossa nave piena di emigranti, nella speranza di raggiungere Cleveland, nell'Ohio.

L'autore, tra passato e presente, viaggia nel nuovo sogno americano, attraverso il mito, i problemi economici e i cambiamenti sociali degli ultimi tempi; con un risalto particolare alla Cleveland dei giorni nostri, simbolo di una crisi immobiliare senza precedenti e alla problematica Detroit, dove la più grande industria automobilistica del mondo riesce a malapena a stare in piedi.

Sicuramente un libro che fa riflettere...

Ma alla fine, esiste ancora il sogno americano?

Posted by Mark at 22:22:55 Commenti [2]

From Dust to the NanoAge - Leo Sorge

Spesso APP mi da la possibilità di seguire aspetti, magari un po' di nicchia, ma pur sempre ricollegabili in qualche modo agli Stati Uniti. E' il caso delle tecnologia, in particolare dell'informatica, disciplina che ha avuto proprio negli Stati Uniti la sua maggiore fortuna. Non è un caso che sul nostro forum si possano trovare diversi ingegneri informatici ed elettronici, ma anche tantissimi appassionati di tecnologia solo per hobby, che sognano gli USA anche per questo motivo. Sono sicura che questo gruppo di persone troverà interessante la segnalazione che sto per fare.

Leo Sorge mi ha scritto segnalandomi il suo libro "From Dust to the NanoAge", che ha recentemente pubblicato su Lulu. Il testo è in inglese e racconta la storia dei microprocessori a partire dagli inizi. Ma ho pensato fosse più appropriato postare l'introduzione (in inglese) dello stesso autore.

The microprocessor is a US-born boy!

Introducing "From Dust to the NanoAge", by Leo Sorge

From Dust to the NanoAgeI recently published on Lulu a paper book reporting the full history of the microprocessor. It is the only existing book starting from the true beginning.

The italian Federico Faggin was the artifex of the first known commercial microprocessor,the Intel 4004 in 1971. Some months ago a post in your forum remembered this greatest achievement of the italian genius, in only 1 year/man of labour. American Pizza Party is a US-related social network, so you all should appreciate a new piece of information: the 4004 was NOT the first microprocessor in the history of microelectronics. Apart from some other interesting facts about other commercial microprocessors, a year before, in 1970, a previous chip was born: the CADC, designed by Ray Holt to control the F14A aircraft, ready to fly over Vietnam.

This was neither a commercial chip, nor a 1-year-man project: but it was the first (known) and was realised by a fully american guy, ie. Ray Holt. Security reasons covered his story until 1998, too late to enter the big picture. Well: my book details this achievement!
I know what most of you are thinking of. You might think that the history of the thinking chip is a clearly defined techie subject that only nerds (and their sons, the geeks) would be interested in. But you would be wrong.

Almost everything about the microprocessor is still unknown, nothing was planned in advance and its history is both readable and enjoyable. It is a great tale of advancing knowledge in technology, law and society.

Even more, looked from his point of view, this is a very tender diary. This is the story of a boy who in growing up shaped many others in his sphere of influence. It is the secret, human story of that long list of geniuses who brought us the only device that truly differentiates us from Neanderthals.

I thought APP, its beautiful website and discussion forum, should report about my book and its blog. The story of a US record. Thanking you for the room and time you granted to me, I remain.

Leo Sorge

Posted by Lady Blackice at 9:03:54 Commenti [4]

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