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Giovedi 24 Maggio 2012 - - - > USA in Italy
Oggi vi parlo dell'ennesimo locale Starbucks-inspired che potete trovare nella Capitale. Se della caffetteria americana per l'eccellenza, nonostante ogni tanto si susseguano rumors e smentite su possibili aperture a Roma e Milano, continua tristemente a non esserci traccia nel nostro paese, le alternative, più o meno riuscite, non mancano.
A questo trend se ne sta aggiungendo un altro... Avete presente Buddy, il Boss delle torte? Immagino di si... Da quando Realtime TV ha portato nelle nostre case le immagini di quelle torte spettacolari, qualcuno si è messo all'opera ed ha deciso di imitarlo.
Il risultato della fusione di questi due trend è che adesso è abbastanza facile imbattersi in queste caffetterie/pasticcerie dall'ispirazione squisitamente americana che da un lato permettono, su richiesta, di avere torte fuori dal comune per le occasioni speciali, e dall'altro di sedersi e chiacchierare in un ambiente soft e rilassato, gustando qualche fetta dei dolci più famosi della tradizione americana, sorseggiando caffè o, perchè no, lavorando con il proprio pc e navigando con strumenti messi a disposizione dei clienti. L'ultima volta vi avevamo parlato di Sweety Rome, oggi tocca a Bakery House.
La storia è più o meno questa: io prendo spesso l'80 per muovermi nella capitale ed una mattina in cui evidentemente ero più sveglia del solito ho notato questa vetrina con dolci invitanti e colori pastello. Annotato velocemente il nome, l'autobus è ripartito lasciandomi con la curiosità: faranno dolci americani anche loro? Arrivata a casa ho rintracciato il sito, la pagina Facebook, Twitter, YouTube e quant'altro ed ho scoperto che sì, il locale serve dolci americani, e anche che ha aperto da pochissimo: l'8 gennaio di quest'anno.
Così ho coinvolto YES ed insieme abbiamo deciso di andare a verificare di persona la bontà dei prodotti. Poi non dite che non ci sacrifichiamo per voi eh!! 
Cosa abbiamo ordinato: una fetta di cheesecake alle fragole, una di brownie, un caffè espresso ed un thè freddo. Tutto squisito e, contrariamente ad altri locali dello stesso genere, porzioni generosissime. Il motto del locale è la qualità, data da ingredienti freschi e dolci di giornata, e noi non possiamo che confermare.
Lo staff: giovane, sorridente ed impeccabile nel servizio. Cosa volere di più?
L'idea in più: la cura dei particolari ci ha stupito positivamente. Nel locale è possibile acquistare delle carinissime tazze brandizzate con la scritta "Love Your Mug", con o senza cupcake all'interno, ma, soprattutto, è possibile utilizzare dei comodi iPad attaccati al muro davanti a delle postazioni "singole".
Per i meno timidi, è anche possibile lasciare sugli iPad i propri autoscatti, che finiranno poi nella pagina Facebook del locale.
Davvero un'idea carina!
Gli orari: 8.00 - 23.00 dal martedì al venerdì, 9.30 - 20.30 il sabato e la domenica.
Come arrivare: se avete la macchina non avrete grosse difficoltà, il locale si trova al civico 157 di Corso Trieste (Piazza Istria). La piacevole sorpresa è che è facilmente raggiungibile anche con i mezzi pubblici, poichè la fermata Trieste/Istria (72673), dove fermano le linee 38, 80, 88, 93, 233, si trova esattamente davanti al locale. E, semmai si dovessero decidere ad aprirla, sappiate che anche la nuova fermata della linea metro B1, Annibaliano, è a due passi. Avete l'imbarazzo della scelta insomma!
Home Sweet Home: se volete gustare le prelibatezze di Bakery House senza rinunciare alla comodità di casa vostra, segnaliamo anche le opzioni Take Away e Delivery (solo per le zone Parioli, Pinciano, Africano, Salario, Nomentano).
Il video
L'augurio:
a Bakery House auguriamo tutto il successo che merita, perché sono la dimostrazione vivente che locali di questo tipo, che escono fuori dagli schemi italiani, possono funzionare anche ne nostro paese, sono la dimostrazione che quando un'idea è buona, può funzionare anche in un periodo economicamente critico come quello che stiamo attraversando, ma soprattutto sono la dimostrazione che qualità dei prodotti e del servizio vengono riconosciuti ed apprezzati.
Mille di questi bagel ragazzi! 
Posted by Lady Blackice at 9:30:18 Commenti [0]
Martedi 15 Maggio 2012 - - - > New England Way
Come preannunciato nello scorso articolo, oggi vi parlerò di una delle opere più suggestive di Norman Rockwell: THE FOUR FREEDOMS.
Ad ispirare Rockwell fu il discorso sullo Stato dell’Unione del 1941 nel quale il Presidente Franklin Delano Roosevelt illustrava la visione americana del mondo, un mondo fondato su quattro libertà fondamentali riprodotte da Rockwell in altrettanti dipinti. Vediamoli.

LIBERTA’ DI PAROLA. Per raffigurare questa libertà, Rockwell ricorre ad un’istituzione tipica del New England, una forma di democrazia diretta ancora oggi utilizzata nei piccoli centri della regione: il Town Meeting.
LIBERTA’ DI CULTO. In questo caso Rockwell trasforma in arte il diritto naturale e inalienabile che ogni essere umano ha di invocare Iddio nonché il rispetto dovuto ad ogni credo religioso.

LIBERTA’ DAL BISOGNO. Quale altra immagine poteva risultare più idonea a rappresentare l’abbondanza del Pranzo del Ringraziamento? Il bisogno economico rende l’uomo facilmente corruttibile e chi, per mangiare, è costretto a vendersi diventa schiavo della necessità e non è più libero di scegliere. Per questo libertà e bisogno sono due concetti antitetici.
LIBERTA’ DALLA PAURA. Le parole pronunciate da Roosevelt nel 1941 dopo l’attacco a Pearl Harbor sono tornate attuali (se mai hanno cessato di esserlo) dopo gli attentati dell’11 settembre. All’indomani della tragedia alle Twin Towers, il sindaco Rudolph Giuliani invitava i suoi concittadini a non modificare il proprio stile di vita per via del terrorismo e ribadiva “The first of the human rights is freedom from fear. Do not have fear!”
E’ sempre bello sentir parlare delle libertà umane. Rockwell ci ha offerto l’occasione di vederle pure rappresentate. Si tratta di quadri che, anche se non fisicamente, dovrebbero essere appesi nelle case di chiunque.
Ricordo a tutti coloro che volessero ammirare i dipinti originali che il museo di Norman Rockwell si trova a Stockbridge (Massachusetts).
Posted by YES at 8:00:00 Commenti [0]
Martedi 1 Maggio 2012 - - - > New England Way
Quest’oggi voglio spalancarvi le porte (si fa per dire) del Norman Rockwell Museum a Stockbridge (Massachusetts).
E’ ovvio che non avrebbe molto senso parlarvi del museo e non parlarvi dell’artista a cui è dedicato. Partiamo da questo, allora. In breve, Norman Rockwell nacque a New York nel 1984. Dimostrò sin da giovane una smisurata passione per l’arte in generale e per la pittura in particolare.
Non aveva ancora 16 anni quando gli fu commissionato il suo primo lavoro (la creazione di quattro temi natalizi). Collaborò con diverse riviste e per alcuni anni fu direttore artistico di Boy’s Life, il magazine ufficiale dei Boy Scouts americani. Per loro realizzò, tra l’altro, una serie di calendari. Ma la collaborazione più rilevante, quella che tutti ricordano e che più di ogni altra ha contribuito a fare di Rockwell l’”America’s most beloved artist” è senz’altro quella con il Saturday Evening Post. Per questa rivista, Rockwell realizzò 321 copertine nell’arco di 47 anni: la prima, “Boy with baby carriage”, fu pubblicata nel 1916.
Rockwell fu inoltre autore di numerosi disegni di natura pubblicitaria, di copertine di LP di musica e a lui spettò il compito di illustrare i classici di Mark Twain e di ritrarre molte personalità pubbliche (presidenti, cariche militari ecc).
Nel 1939 si trasferì in New England ad Arlington (Vermont) e da quel momento i suoi lavori cominciarono a riflettere la vita delle cittadine di provincia. Lui stesso affermò: “I guess I have a bad case of american nostalgia for the clean, simple country life as opposed to the complicated world of the city”.
Nel 1953 l’ultimo spostamento: si trasferì a Stockbridge dove visse per 25 anni, fino alla sua morte.
Nel 1964, conclusa la collaborazione con il Post, iniziò a seguire il movimento dei diritti civili per la rivista Look realizzando copertine di sensibilizzazione a sfondo razziale. Nel 1977, un anno prima della sua morte, il Presidente Ford gli conferì la Medaglia della Libertà.
Ma passiamo dalla storia di Norman Rockwell alla storia del museo che oggi ospita la più vasta collezione al mondo di sue opere originali. Come e perché è finito dove è attualmente?
Nel 1967 alcuni cittadini di Stockbridge, tra cui Norman Rockwell, si misero insieme e congiuntamente acquistarono la Old Corner House, una vecchia casa storica che rischiava la demolizione. Nel 1969, dopo essere stata ristrutturata, la Old Corner House aprì al pubblico come museo e Rockwell diede in prestito molti dei suoi dipinti per arricchire l’esposizione; si sparse la voce e circa 5.000 persone accorsero quell’anno per ammirare i lavori di Norman Rockwell.
Nel 1973 Rockwell affidò tutte le sue opere nonché la proprietà del suo studio al museo perché se ne prendesse cura dopo la sua morte. Cosa che venne fatta, ovviamente.
Negli anni ’90 il museo e lo studio sono stati trasferiti in una nuova location (vedi la foto) e ogni anno richiamano a Stockbridge circa 250.000 visitatori.
Non vi ho parlato di Norman Rockwell in questa rubrica solo perché il museo a lui intitolato si trova in Massachusetts ma anche perché Rockwell visse in New England per quasi 40 anni, amava l’essenza della Nuova Inghilterra e la raffigurava spesso nei suoi quadri.
In alto “Triple Self-Portrait” (Triplice Autoritratto), uno dei dipinti più conosciuti.
Di seguito un video-tributo all’artista.
P.S: una delle opere più amate e più suggestive di Norman Rockwell, volutamente tralasciata, sarà oggetto del prossimo articolo 
[Foto from Flickr by Christopher Gosselin ( Licenza )]
Posted by YES at 8:00:00 Commenti [0]
Domenica 15 Aprile 2012 - - - > New England Way
Se vi dicessi “Cin Cin”, cosa vi verrebbe in mente a parte il brindisi di Capodanno? Niente? E se aggiungessi “telefilm”? Ancora niente? Vabbè basta…ho esaurito gli indizi (non erano molti, in verità
).
Nel 1985 “Cheers”, una famosa situation comedy made in Usa, approdò sui nostri schermi con il titolo “Cin Cin”. Vi posto la sigla e un frammento di episodio. Qualcuno se la ricorda?
Negli Stati Uniti la sit-com ebbe un grande - seppur non immediato- successo di pubblico e ottenne svariati premi e riconoscimenti: tanto per fare un esempio, vinse 28 Emmy Awards su 117 nominations.

A Boston è possibile sorseggiare un drink nel bar in cui la sit-com è stata ambientata. Originariamente conosciuto come “The bull and finch”, il locale è stato giustamente ribattezzato “Cheers” e costituisce una tappa irrinunciabile per gli appassionati della serie tv. Nel caso foste tra questi, attenzione a non confondere la riproduzione dello storico pub presso il Quincy Market con l’originale che si trova invece al n. 84 di Beacon Street. 
Sito ufficiale: www.cheersboston.com
[Foto from Flickr : I by achimh ( Licenza ), II by another pint please ( Licenza )]
Posted by YES at 8:00:00 Commenti [0]
Domenica 1 Aprile 2012 - - - > New England Way
Chi non ama il gelato? Penso che tutti lo amino per cui tutti potrebbero essere interessati ad una visita alla fabbrica di gelato Ben and Jerry’s a Waterbury (Vermont). In questo stabilimento è possibile apprendere la storia dell’azienda, osservare la catena di produzione e concedersi una prova d’assaggio gratuita.
Tutto iniziò nel 1978 quando Ben Cohen e Jerry Greenfield, ex compagni di scuola, decisero di pagarsi un corso di gelateria per corrispondenza. Subito dopo i due rilevarono una stazione di servizio a Burlington (Vermont) e aprirono il loro primo punto vendita. I gelati vennero subito apprezzati dalla comunità locale, non solo per la presenza al loro interno di grossi pezzi di biscotti, cioccolato e frutta, ma anche e soprattutto per la qualità delle materie prime impiegate. Nonostante ciò Ben e Jerry, non riuscendo a far quadrare i conti, decisero di sospendere l’attività e lo fecero appendendo fuori dalla loro gelateria un cartello che recitava “siamo chiusi per capire se ci stiamo guadagnando”. L’anno seguente i due amici ripresero a vendere gelati in giro usando la roulotte di Ben. Le cose cominciarono ad andare nel verso giusto e migliorarono al punto che oggi Ben and Jerry’s esporta gelati in Nord-America, Australia, Europa e in alcuni paesi asiatici.
L’azienda si è sempre contraddistinta non solo per la qualità dei prodotti ma anche per i suoi sforzi in direzione di un’industria ecosostenibile. Ben and Jerry’s è fermamente convinta che mucche felici producano un latte più buono e a tal fine istruisce i propri allevatori al cosiddetto “caring dairy”; per le stesse ragioni la società utilizza nel processo produttivo solo uova di galline allevate a terra; Ben and Jerry’s si è inoltre impegnata con la Fair Trade Foundation in un progetto a lungo termine e già ora il Chocolate Fudge Brownie e il biscottone Wich contengono esclusivamente cacao, zucchero e vaniglia prodotti nei Paesi in Via di Sviluppo secondo le regole del commercio equo e solidale; per contribuire alla riduzione del buco nell’ozono, l’azienda sta investendo nella realizzazione di freezer termo-acustici che sfruttino le onde sonore come fonte di energia; le confezioni di gelato Ben and Jerry’s sono costituite da carta riciclabile al 90% e vengono stampate con inchiostri a base di acqua; dal 1988 Ben and Jerry’s fa produrre tutti i suoi brownies alla Greyston Bakery di New York la quale cerca di reintegrare nella vita civile senzatetto ed ex-detenuti offrendo loro lavoro e formazione. E questi non sono che pochi esempi di come Ben and Jerry’s cerchi da sempre di far convivere il profitto con la protezione ambientale e il benessere sociale.
Ma passiamo da cose serie a cose più frivole: volete qualche curiosità sui gelati? A settembre 2009, per omaggiare la legalizzazione delle nozze omosessuali in Vermont, Ben and Jerry’s modificò il nome del classico “Chubby Hubby” in “Hubby Hubby” (letteralmente “maritino maritino”); nel 2008, per festeggiare l’elezione del Presidente Obama, usò il nome di una qualità di noce, Pecan, per far uscire un gusto chiamato “Yes, Pecan”; uno dei gusti Ben and Jerry’s più amati di sempre, il “Cherry Garcia”, altro non è che un tributo a Jerry Garcia, il cantante dei Grateful Dead.
Dal 1979 Ben e Jerry indicono annualmente una giornata durante la quale distribuiscono un gelato gratis a tutti i loro clienti: è il Free Cone Day festeggiato ormai a livello globale.
In Italia l’unico punto vendita Ben and Jerry’s si trova all’interno di Mirabilandia ma non disperino coloro che non hanno ancora mai assaggiato il gelato originario del Vermont. Anche quest’anno, infatti, è stato organizzato nel nostro Paese uno Scoop Tour che dal 7 maggio al 17 giugno porterà il gelato Ben and Jerry’s nelle università e nelle principali piazze italiane. Per aggiornamenti sulle locations, vi consiglio di tenere d’occhio la seguente Pagina Facebook . Intanto, per darvi un’idea di ciò che vi aspetta, vi posto un video girato in occasione del Free Cone Day 2011 in una gelateria australiana.
Non posso che concludere questo articolo citando il motto della Ben and Jerry’s per cui è con gran piacere che auguro a tutti: PEACE, LOVE & ICE CREAM!!! 
[Foto from YES]
Posted by YES at 8:00:00 Commenti [4]
Giovedi 15 Marzo 2012 - - - > New England Way
Se esistesse una classifica delle catastrofi più singolari della storia, probabilmente quella che vi sto per raccontare si piazzerebbe al top.
Era il 15 gennaio 1919 quando nel quartiere di North End a Boston esplose un serbatoio. Apparentemente nulla di grave se non fosse che il serbatoio in questione era alto 15 m, aveva un diametro di 27 m e conteneva 8.700 m³ di melassa. L’esplosione generò un’onda anomala, dall’altezza variabile tra i 2,5 e i 4,5 metri che, per diversi isolati lungo il suo percorso, spazzò via tutto, comprese le travi delle ferrovia sopra-elevata.
Oltre a milioni di dollari di danni, lo tsunami di melassa provocò 21 morti e 150 feriti. I soccorritori impiegarono dei giorni a guadare la massa appiccicosa e ad estrarre i corpi “caramellati” delle vittime. E ci vollero poi circa sei mesi per ripulire completamente l’area interessata.
Parafrasando il ben più celebre “Boston Massacre”, l’inondazione di melassa del 1919 viene anche definita “Boston Molassacre” (in inglese "molasses" = melassa).
Ma facciamo un passo indietro e risaliamo dal fatto alle circostanze che lo hanno reso possibile: che ci faceva a Boston quell’enorme quantità di melassa? Era lì in attesa di essere distillata e trasformata in rum e serviva dunque ad alimentare quel commercio triangolare che si era instaurato tra New England, Africa occidentale ed Antille. Le navi cariche di rum partivano dalla coste della Nuova Inghilterra e una volta giunte in Africa scaricavano rum e imbarcavano schiavi; dopodiché proseguivano per le Antille dove scaricavano schiavi e imbarcavano melassa prima di tornare in patria e ricominciare il ciclo.
Di quel disastro, attualmente, non resta che una targa commemorativa all’interno di Puopolo Park. Secondo una leggenda metropolitana, però, nelle giornate più calde, passeggiando nei pressi di Commercial Street è ancora possibile avvertire chiaramente l’odore della melassa.
[Foto from Flickr : I , II by Boston Public Library ( Licenza )]
Posted by YES at 8:00:00 Commenti [0]
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