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Architecture
Il Golden Gate Bridge, un simbolo intramontabile
13.6.2008 - - - > Architecture
Il suo colore arancione si vede da lontano, fondendosi dolcemente con i toni caldi del tramonto. Ma anche quando il cielo è grigio, cosa ordinaria da queste parti, non si nasconde mai completamente. Stiamo parlando del Golden Gate Bridge, un colosso d'acciaio e bulloni sospeso tra cielo e mare, che è sempre lì, immobile, a vigilare su ciò che gli è intorno, come un vecchio guardiano mai stanco.
Reso celebre dai film Hollywoodiani, spot pubblicitari e scenari di ogni tipo, il Golden Gate, accompagnato dall'immancabile penitenziario di Alcatraz all'orizzonte, suo fedele compagno, ha sempre rappresentato una location adatta a tutti: polizieschi o storie d'amore impossibili, trovano in questi luoghi la giusta collocazione.
La sua enorme mole gli permette di collegare l'Oceano Pacifico con la baia di San Francisco per una lunghezza totale di ben 2,7 chilometri. Una cifra assurda se si considera che la costruzione di questo immane colosso risale al lontano 1937. Definito una delle moderne meraviglie del mondo, è stato per anni il ponte sospeso più lungo mai creato: record, questo, battuto solo in epoche recenti.
Storia
È grazie a James Wilkins se il Golden Gate ha visto la luce. La sua volontà era quella di rendere la traversata della baia di San Francisco più confortevole e sicura di quanto lo fosse allora. Per fare questo, cosa mettere sopra a quel tratto di Oceano se non un ponte sufficientemente lungo da arrivare fino all'altra parte? Prima del Golden Gate si utilizzavano i ferry: imbarcazioni che, seppur affascinanti, non erano certo della massima praticità. Fu così che nel 1927 Joseph Strauss, che in fatto di ponti aveva esperienza da vendere, buttò giù i primi progetti cartacei. Ma solo nel 1933, e più precisamente il 5 Gennaio, i mastodontici lavori ebbero inizio. Il tutto si concluse in soli quattro anni, un tempo davvero da record, soprattutto viste le enormi dimensioni di quello che oggi è un vero e proprio simbolo della California.
Il giorno dopo il completamento della grande opera il presidente Roosevelt diede il via al traffico dei veicoli che, ad oggi, a parte cinque giorni di chiusura a causa del forte vento, non si è mai fermato.
Caratteristiche tecniche
Il Golden Gate Bridge supera di poco i 2,7 chilometri di lunghezza, è largo 27 metri e ha un altezza massima di 230 metri. Questa altezza, tuttavia, si coglie difficilmente da lontano, probabilmente perché mancano dei punti di riferimento con i quali rapportarsi. Il traffico giornaliero è di circa 120.000 veicoli che, sfrecciando nei due sensi di marcia, entrano ed escono freneticamente da San Francisco. Il ponte rappresenta l'unica via d'uscita dalla città in direzione nord, assumendo, pertanto, una vitale importanza.
Le corsie per le vetture sono sei e ai lati estremi si trovano due indispensabili marciapiedi per il passaggio dei pedoni. Il limite di velocità è fissato in 45 miglia orarie, questo perché Il vento, spesso davvero forte, a velocità maggiori rappresenterebbe un pericolo da non sottovalutare. La vernice in acrilico di colore arancione, chiamata international orange, è stata scelta fondamentalmente per essere meglio visibile anche in quei giorni, per altro affascinanti, in cui c'è nebbia. Quotidianamente squadre di tecnici lavorano per conservarla perfettamente integra, così come altri lavoratori specializzati si occupano della costante opera di mantenimento di tutta la complessa struttura in acciaio, evitando il degrado e l'ineluttabile corrosione del tempo.
La storia del Golden Gate ci insegna che l'uomo, quando vuole, è in grado di raggiungere risultati strabilianti, indipendentemente dalle epoche e dal contesto sociale. Nel caso specifico il risultato è semplicemente perfetto. Il Golden Gate non è solo un ponte. È il ponte! E la sua eccellenza rappresenterà per le generazioni future un'icona della tecnologia del novecento di cui andare fieri. Il trionfo dell'uomo sulla natura. Un innocente delirio di onnipotenza, questa volta, per fortuna, del tutto innocuo.
Curiosità
Nonostante le tante meraviglie, il Golden Gate è tristemente famoso anche per i molti suicidi, più di mille, che lo vedono protagonista: record negativi dei quali faremmo volentieri a meno. Gettarsi da lassù equivale ad una morte quasi certa. La velocità che si raggiunge al momento dell'impatto, in effetti, supera abbondantemente i 100 Km/h e i 64 metri di caduta vengono percorsi in una manciata di secondi. Solo qualche fortunato è sopravvissuto, pur riportando gravissime lesioni.
Per cercare di frenare i suicidi le autorità locali hanno pensato bene di mettere in atto alcuni accorgimenti, primo fra tutti quello di chiudere il ponte ai pedoni nelle ore notturne. Ovviamente ciò non basta! L'idea di installare delle reti contenitive, altra ipotesi passata più volte al vaglio, è stata, fino ad oggi, sempre scartata per via degli alti costi e del fatto che simili protezioni non sarebbero, secondo alcuni, comunque risolutive: d'altra parte, questa è la motivazione, chi si vuole suicidare potrebbe scegliere un altro luogo e la sostanza, di fatto, non cambierebbe.
Infine, lungo i marciapiedi, sono state sistemate delle hot-line preventive, con la speranza che i disperati, prima di fare quel gesto estremo, possano, attraverso l'ausilio di personale competente, cambiare opinione.
Ciò che ci si chiede è: perché proprio qui? Perché scegliere questo luogo anziché un altro? Probabilmente perché emana qualcosa di mistico, spirituale, oppure perché, così facendo, ci si uccide pubblicamente, invece di farla finita, nel più totale silenzio, in una buia stanza d'albergo. Difficile conoscere la verità. Come disse qualcuno, "la mole di questo ponte incute timore ma cancella il tempo. Pochi attimi dopo una morte è come se non fosse mai avvenuta". Che non sia questa la chiave di una possibile spiegazione?
Uno sconvolgente documentario diretto da Eric Steel e girato nel 2004, The Bridge, ha cercato di far luce sul problema, sviscerando le motivazioni più intime che sono dietro a queste tragedie. Per la sua realizzazione il regista, attraverso alcuni collaboratori, ha filmato, per un anno intero, il ponte in lungo e in largo. Ma oltre alle testimonianze video impresse nei nastri delle mini-dv, vengono anche proposte al pubblico interviste, spesso spontanee, dalle quali scaturiscono struggenti storie di disperazione. Ovviamente non si tratta dell'elogio macabro della morte, ma di riprese passive e comunque precedute, ogni qual volta ne capitava l'occasione, da un pronto intervento della troupe, e delle forze dell'ordine, per scongiurare il peggio. Eric Steel, a tal proposito, in un'intervista ha dichiarato:
Sin dall'inizio era evidente che fosse necessario stabilire delle linee guida sulla scelta tra il restare semplici osservatori oppure intervenire. Dopo un giorno avevamo già capito che se qualcuno camminava solo o aveva un'aria triste, indugiava troppo a lungo nello stesso punto, faceva avanti e indietro - era un soggetto da filmare, ma non voleva dire che dovevamo chiamare la polizia perché lo prendesse. C'erano fin troppe persone che corrispondevano alla descrizione; forse è proprio il ponte a suscitare pensieri disperati. Abbiamo deciso che se qualcuno metteva per terra la borsa o la valigetta, o toglieva le scarpe o lasciava il portafogli - i segnali minacciosi che avevamo letto sull'articolo e che anche le pattuglie del ponte tenevano d'occhio - o se qualcuno compiva effettivamente il tentativo di salire o scavalcare il parapetto, quel tentativo di salvare una vita era più importante delle riprese. Il numero della direzione del ponte era stato inserito come chiamata rapida su tutti i nostri cellulari.
Esperienza personale "Under The Bridge"
Pioveva a San Francisco in quel tardo Febbraio del 2004. Dalla macchina con la quale mi dirigevo, insieme ad altri, verso la meta, le cose parevano diverse da come poi le vidi e il ponte stesso non sembrava neanche tanto grosso: quattro aste, tre bulloni e una dozzina di cavi, si potrebbe ipotizzare, seppur esagerando enormemente. Solo camminando lungo i marciapiedi riservati ai pedoni e osservando le alte colonne, dalle quali partivano sterminati grovigli di cavi, ho potuto realizzare appieno la sua stazza. Un po' come quando si osserva la cima innevata di una montagna, è doveroso alzare lo sguardo all'insù e inarcare fortemente la schiena, per poter far entrare nel proprio campo visivo almeno una parte di ciò che si vuole inquadrare.
Se ci si affaccia dai massicci balconi art déco, poi, e si volge lo sguardo verso il basso, l'abisso che si crea fa un strano effetto, difficile, anche in questo caso, da cogliere a distanza. A malapena si vedono le onde dell'oceano muoversi vorticosamente e le barche, grandi o piccole che siano, altro non diventano che miseri "puntini" in un mare sempre mosso. Gli enormi piloni, massicci e corposi, conferiscono una forte sensazione di stabilità; nonostante l'altezza che, nel suo complesso, non ha nulla a che invidiare ad uno dei tanti grattacieli di San Francisco. I lunghi cavi d'acciaio, infine, tenui in foto, si rivelano come spesse funi apparentemente insensibili alla forza del vento e che non si capisce come non possano collassare sotto il proprio peso.
Quando le cose si vedono in prima persona cambiano spessore, mostrandosi agli occhi abbacinati e sbalorditi di chi guarda per come sono in realtà. Se poi c'è anche un po' di brezza pungente, tanto meglio. Una visita breve questa, ma estremamente profonda; un po' come un ingegnere scrupoloso intento, col suo sapere, in severe osservazioni.
Si, spesso un'insulsa passeggiata, in mezzo al traffico e al "brutto" tempo, si può rivelare affascinante, del resto come tutte le cose che faccio in terra americana e che proprio non riesco a razionalizzare. Un'esperienza importante, sparita, al pari di tante altre, come in un triste copione a me noto.
[ Foto scaricate da Stock Xchng ]
Written by Mark at 11:02:55 Commenti [3]

















